bobamaÈ il giorno dopo il dibattito tra i candidati alla vicepresidenza, e Barack Obama entra a grandi passi nel campo da football della Senior High School di Abington, nella zona periferica di Filadelfia, mentre dagli altoparlanti risuona The Rising di Bruce Springsteen. Su entrambi i lati del campo le gradinate sono zeppe di studenti che lo acclamano insieme ai loro genitori, e la folla si è sparpagliata sull’erba, oltre le porte. Abington è una delle circoscrizioni elettorali ancora incerte dove il 4 novembre si deciderà la corsa per la presidenza. È prevalentemente bianca, con una solida classe media, e alle primarie ha preferito Hillary Clinton a Obama per un soffio.

È un posto dove stavolta Obama deve vincere se vuole conquistare la Pennsylvania, e lui lo sa: ha anche deciso di ritornare a Filadelfia la settimana dopo per continuare la propaganda elettorale. Indipendentemente da ciò che si pensa di lui, è impossibile non riconoscere che Obama rappresenta una svolta epocale nella politica americana, e che nelle ultime settimane l’ago della competizione ha oscillato nettamente in suo favore. Parte della svolta, naturalmente, è riconducibile al catastrofico collasso di Wall Street. Un’altra percentuale dipende dall’altrettanto imponente tracollo di John McCain: la sua bizzarra, incauta, maldestra gestione della crisi, il disperato sfogo non dissimile dalla campagna diffamatoria che ha a lungo condannato. La parte principale del merito, però, va ad Obama stesso, al suo incedere sicuro di candidato e di leader. Come abbiamo scritto nell’articolo di sette mesi fa in cui esprimevamo la nostra simpatia per lui: «Obama è emerso dimostrando di avere esattamente il genere di personalità e di buon senso che la gente si aspetta da un presidente: che rinneghi le politiche del terrore, si pronunci chiaramente sui temi più pressanti che attanagliano il Paese e sia ben ancorato ai propri principi.»

 

Rivolgendosi alla folla di Abington, Obama quei principi li mette bene in chiaro con una certa indignazione. «La crisi finanziaria» dichiara «è una diretta conseguenza dell’avidità e della scelleratezza che hanno dominato Washington e Wall Street per anni.» È una filosofia economica, aggiunge, che John McCain ha fermamente sostenuto durante i suoi 26 anni al Congresso, contro la logica del buon senso, insistendo che ‘il mercato è sovrano’ e propugnando consistenti agevolazioni fiscali in favore dei ricchi. «Non ha adottato la linea dura coi consigli di amministrazione!» grida discostandosi dalla scaletta del discorso. «Non ha adottato la linea dura con Wall Street! All’improvviso arriva una crisi, i sondaggi cambiano e lui è se ne va in giro a parlare come Jesse Jackson. Ma andiamo tutte insieme?

 

Costi quel che costi serve un cambiamento rivoluzionario. Il punto è che Bush ci ha lasciato pochissime la necessità di riparare ad alcuni degli eccessi dei tardi anni Sessanta e dei primi Settanta, sia in termini di politica fiscale che di atteggiamento culturale nei confronti dell’Americano medio. E aveva perfettamente ragione. I Democratici, progressisti o liberali (comunque li vogliate chiamare) non dovranno mai scusarsi per aver difeso i diritti delle donne o i diritti civili, per aver chiesto insistentemente una maggiore responsabilizzazione del governo, per aver promosso le libertà civili. Eppure alcune delle caricature che dipingevano la sinistra come anacronistica, supponente e superba, beh ci sono stati periodi in cui quelle caricature sono state rispondenti alla realtà. Bill Clinton si è adoperato molto affinché i Democratici si mostrassero vicini alle aspirazioni di un gran numero di Americani. È stato questo, credo, a bloccare l’enorme travaso di voti degli indipendenti e dei Democratici reaganiani verso il Partito Repubblicano, e a darci l’opportunità di cominciare ad ambire a quegli stessi voti. Insomma, sono ancora in debito con Bill Clinton per quanto è riuscito ad ottenere.

 

Parliamo del tuo ruolo nella strategia pubblicitaria della campagna elettorale. Ogni comunicato incomincia e finisce con la tua voce che dice: «Sono Barack Obama e approvo questo messaggio.» Sei tu stesso a suggerire gli spot? Ne hai mai rigettato qualcuno?

Alcune volte suggerisco la struttura di base degli spot elettorali. E certo, ce ne sono alcuni che ho bocciato. Di alcuni sono più contento che di altri.

Me ne citi uno che è stato una tua idea?

Al momento stiamo passando comunicati di un paio di minuti incentrati sull’economia. Ha funzionato così, è stata una mia idea: «Dobbiamo superare l’altalena di annunci negativi che entrambe le campagne hanno trasmesso quotidianamente». Sentivo che spiegare al popolo americano in modo diretto quello che faremo per l’economia o in materia di tasse potesse servire a superare lo stallo, purché fatto in maniera diversa. Allora David Plouffe, il nostro responsabile della comunicazione elettorale, ha pensato «Perché non realizziamo uno spot di due minuti? Compriamo lo spazio e vediamo come funziona». Io credo che quegli spot abbiano riscosso grande successo in un momento critico in cui la gente è nervosa e terribilmente in ansia per la situazione economica. Danno l’impressione che quel tizio si rivolge direttamente a te e ti spiega in parole semplici esattamente quello che intende fare.

risorse per affrontare questi problemi, e l’economia è in uno stato di prostrazione. Io, però, ho deciso di candidarmi ora (cioè relativamente presto rispetto ad alcuni altri presidenti o candidati) perché ritengo che quello che ho da offrire potrebbe essere decisivo proprio in questo momento. Dunque accetto la sfida e sono convinto che l’America se la caverà egregiamente.

Cosa ti rende più adatto di John McCain a gestire una crisi, che si tratti di un attacco terroristico, di un disastro finanziario o di una catastrofe naturale?

Abbiamo vissuto due momenti cruciali, in cui le scelte di un capo di Stato avrebbero richiesto grande ponderatezza. Uno è la guerra in Iraq, l’altro quello che è accaduto proprio nelle ultime tre settimane e mezzo a Wall Street. In entrambi i casi quello che avete visto è un John McCain impulsivo, che ha trascurato di raccogliere tutte le informazioni necessarie e si è circondato di gente abituata a dargli ragione. Come risultato direi che ha preso decisioni sbagliate. Quanto all’Iraq ha abbracciato la tesi di una guerra preventiva senza analizzarne scrupolosamente tutte le probabili conseguenze. Aveva raccolto informazioni palesemente infondate e noi ne stiamo scontando le conseguenze. Nelle ultime tre settimane e mezzo è passato dall’essere storicamente favorevole alla deregolamentazione, al proporsi come modello di rigore nei controlli. Come se non bastasse è passato dall’affermare che la nostra economia è fondamentalmente sana, al dichiarare, appena due ore dopo, che siamo nel bel mezzo di una crisi. Non penso proprio che questo tipo di approccio sia ciò che ci serve in un momento del genere. Credo piuttosto che avremmo bisogno di qualcuno capace di analizzare tutti gli aspetti delle questioni, riunire la gente migliore, valutare tutte le possibilità, fare scelte decisive, correggere il tiro quando queste non funzionano come dovrebbero, e che inoltre abbia un fiuto strategico o un’idea precisa della direzione che il Paese dovrà prendere; uno che non si limiti a reagire d’impulso e basta, oppure a ragionare in termini tattici.

Nelle settimane appena trascorse la campagna elettorale ha assunto toni molto aspri. Il modo in cui McCain ha condotto la propria, ti ha fatto cambiare idea su di lui dal punto di vista personale?

Credo solo che voglia vincere. E penso anche che abbia concluso che il momento non è dei migliori per i Repubblicani, così si regolerà come ritiene necessario. Mi sorprende che sia disposto ad assumere gente collegata alla stessa politica distruttiva 

Magari gli Americani che Bush ha utilizzato contro di lui nel 2000.

 

Ti ha disturbato il disprezzo che ha manifestato nei tuoi confronti durante il vostro primo dibattito?

No. Credo sia il segno evidente che stiamo lavorando bene.

Mi descrivi la tua reazione quando hai sentito per la prima volta che lui aveva scelto Sarah Palin come suo eventuale vicepresidente.

Non la conoscevo, dunque la decisione è stata sorprendente in questo senso. Guarda, bisogna dargliene atto. La cosa ha sicuramente dato una spinta in avanti all’ala conservatrice del partito. E questo significa tanto in politica.

Davvero non ti ha impressionato neanche un po’ la scelta di qualcuno privo di una reale esperienza sul piano nazionale?

Come ho detto non la conoscevamo, la sorpresa è stata questa. Non era stato preannunciato.

A proposito di vice, perché tu non hai scelto Hillary? C’è ancora un sacco di gente là fuori che lo avrebbe voluto.

Dunque, Hillary era nella rosa dei nomi. Lei è un funzionario eccezionale e sarà un prezioso alleato negli anni a venire, qualora fossi tanto fortunato da essere eletto. Ho pensato, però, che l’insieme delle caratteristiche che possiede Joe Biden (il suo temperamento, il rapporto che avevamo instaurato nel periodo del Comitato Relazioni con l’Estero del Senato) lo rendono esattamente ciò di cui abbiamo bisogno in questo momento. Certo anche Hillary è straordinaria, naturalmente.

A settembre hai pranzato con Bill Clinton. Com’è andata? È stato imbarazzante cercare di recuperare quello che era diventato un rapporto decisamente pubblico?

Direi di no, non è stato affatto imbarazzante, anche perché Bill Clinton è davvero la persona squisita che sembra. Comunque penso che… beh, posso parlare solo per me stesso. Non mi sono mai sentito in imbarazzo o a disagio con i Clinton. E credo anche che alcune delle accuse rivolte a lui da certi miei sostenitori probabilmente fossero ingiuste. Ad esempio l’idea che la sua espressione «Questa è una favoletta» celasse riferimenti razziali. Non credo affatto che si trattasse di un commento razziale. Penso piuttosto che stesse mettendo in dubbio il mio essere contrario alla guerra in Iraq. Rispetto a quello aveva torto, per cui si è resa necessaria una rettifica. Comunque una delle cose che ho imparato negli ultimi 21 mesi è di non farmi scalfire sul piano personale dai commenti.  

C’è qualcosa che senti di poter imparare da lui, come candidato e come presidente?

Beh, da lui ho già imparato un sacco di cose. Credo che Bill Clinton abbia compreso prima della maggior parte dei Democratici