capodanno

BIP-BIP, bip-bip. Bip-bip, bip-bip. Altro che Jingle bells e Bianco Natal. Da qualche anno a questa parte la colonna sonora delle feste degli italiani, Capodanno compreso, è un martellante motivetto mono-nota suonato senza sosta dai cellulari di tutta la penisola: la valanga degli auguri via sms. Al giro di boa del millennio – tra il 25 dicembre ’99 e il primo gennaio 2000 – ne erano partiti 100 milioni. Sembravano tantissimi. Quest’anno solo tra vigilia e giorno di Natale sono stati quasi un miliardo, il 20% in più del 2007.

Uno tsunami di baci e abbracci virtuali destinato ad andare in replica alla mezzanotte di domani quando, tra zamponi e lenticchie, la contabilità delle affettuosità telefoniche – secondo le stime dei gestori nazionali – dovrebbe aggiungere un altro miliardo di sms portando verso il record dei 2 miliardi il totale in questi giorni di vacanza, una quarantina a italiano.

Merry Christmas, non a caso, è il contenuto del “padre” di tutti i messaggini, il primo testo spedito su un arcaico cellulare il 3 dicembre 1992 da Neil Papworth della Sema a Richard Jarvis, manager Vodafone, per sperimentare questo nuovo servizio nato come ausilio per i non-udenti. Da allora molto è cambiato. Il bip-bip elettronico che scandirà i nostri veglioni di fine anno è diventato un cicalino familiare e sovranazionale, uguale a se stesso in ogni angolo del globo. Nel 2008, secondo la società di ricerca Gartner, sono stati spediti 2.300 miliardi di sms, il 19,6% in più dell’anno precedente e 150 volte i 17 miliardi del 2000. In Italia siamo a quota 29,3 miliardi e viaggiamo a una media di 1,4 a testa ogni giorno, lontanissimi dai fenomeni filippini (che ne digitano 15) ma secondi in Europa solo agli inglesi.

Cifre che si traducono in una pioggia d’oro – 60 miliardi l’anno il giro d’affari mondiale – per i gestori. Il motivo? Semplice, gli sms sono di gran lunga uno dei servizi più redditizi nel mondo della telefonia. Le cifre parlano chiaro: un messaggio può essere lungo un massimo di 160 caratteri, pari a 140 byte di spazio. In un kilobyte (prezzo di mercato circa 6 centesimi) ci stanno – anche aggiungendo un po’ di spazio per formattazione e spedizione – sei testi. Il prezzo industriale, quindi, è attorno al centesimo mentre quello medio di vendita ai clienti di carte prepagate in Europa è di 7,5 centesimi (13 in Italia, siamo i più cari). Su 7.500 euro incassati dal gestore, insomma, ben 6.500 sono di profitto. Un margine da capogiro che ai colossi della telefonia mobile Usa è costato una class action da parte dei consumatori.

Gli short messages services non sono però solo un fenomeno economico e statistico. Anzi. In 16 anni di vita hanno cambiato le abitudini del mondo. Via sms ci si fidanza, si scoprono i tradimenti e alla fine ci si lascia (è successo all’ex tennista Boris Becker cui la compagna Sandy – per sicurezza – ha mandato cinque messaggi consecutivi d’addio). Un tribunale della Malesia ha stabilito che un testo mandato col cellulare vale come annuncio ufficiale di divorzio.

Il tempo ha sbriciolato anche le barriere generazionali: i ragazzi tra i 6 e i 19 anni (l’80% di loro ha almeno un telefonino) restano gli utenti più compulsivi con una media di cinque “invia” al giorno. I loro nonni però stanno recuperando il tempo perduto visto che in cinque anni il numero di ultra65enni che messaggia abitualmente è cresciuto del 33%. Qualcuno – soprattutto tra i giovanissimi – ne abusa. L’American Journal of Psychiatry ha ufficializzato sei mesi fa la nascita della dipendenza dai messaggini (sintomi l’apatia sociale e l’ansia quando si è senza cellulare), misurando stati di assuefazione agli sms superiori a quelli della nicotina. Le sale d’attesa degli ortopedici in tutto il mondo si sono riempite di pazienti affetti dalla neonata “Blackberry thumb”, una tendinite che colpisce i pollici dei 40-50enni costretti – dopo anni d’ozio – a una compulsiva ginnastica messaggistica.

La lista delle patologie indirette è ancora più lunga. Se parlare al cellulare mentre si guida è pericoloso, leggere (e soprattutto digitare) un testo è un esercizio al limite del masochismo. Il Rac, l’Automobil club inglese, ha calcolato che la velocità di reazione dell’autista impegnato a pigiare i tasti del suo telefonino si riduce del 35%, più di chi ha fumato marijuana (21%) e persino di chi ha nel sangue una percentuale dello 0,8% di alcol (12%). Il vizio, tra l’altro, è piuttosto diffuso: il 70% degli americani, secondo Osterman Research, non rinuncia a mandare sms nemmeno mentre sta viaggiando in auto.

Abitudine diventata reato in California (con multa di 20 dollari, 50 per i recidivi), dopo il tragico incidente ferroviario di Los Angeles d’inizio anno, 25 morti, causato dalla distrazione del macchinista che – impegnato a inviare messaggini – non ha visto un semaforo rosso.

L’ultimo ingresso nell’enciclopedia medica del settore è però il nuovissimo “Sms walking”, un fenomeno che solo nel 2007 in Gran Bretagna ha causato 68 mila feriti. Le vittime in questo caso sono i pedoni troppo concentrati nell’invio della loro corrispondenza telefonica per evitare ostacoli improvvisi lungo il percorso (cassonetti, auto in sosta, pali della luce, tombini aperti) o per accorgersi, capita anche a loro, di un semaforo rosso. A Londra i tecnici del Comune hanno addirittura avviato in alcune zone un servizio sperimentale di imbottitura dei lampioni con materassini morbidi, coadiuvato dal disegno di una linea continua a terra per segnalare i pericoli anche a chi – in trance da sms – cammina guardando solo verso il basso.

Il lungo elenco dei danni collaterali da messaggino non ha però impedito né la loro diffusione capillare né la trasformazione in un business a 360 gradi. Gli gnomi della pubblicità, com’era prevedibile, non si sono lasciati sfuggire un canale di comunicazione così importante e trasversale: solo in Italia nel 2007 sono stati spediti un miliardo di testi promozionali via telefono con un giro d’affari di 67 milioni, in aumento del 24% sull’anno precedente. La semplicità d’uso e di contabilizzazione ne ha fatto anche il canale privilegiato della raccolta di fondi per beneficenza, consentendo tra l’altro di raggiungere fasce di donatori che prima, scottati dalle difficoltà burocratiche e dai tempi lunghi, non avevano mai partecipato a iniziative di questo tipo: i bip-bip solidali hanno consentito l’anno scorso di raccogliere per buone cause 21,6 milioni di euro.

La sms-mania, e non poteva essere altrimenti, ha contagiato anche l’uomo dell’anno del 2008, Barack Obama. Anzi, secondo uno studio dell’Univesità di Yale, proprio la sua innovativa strategia elettorale tutta a base di messaggini è stata una delle chiavi per la vittoria alle presidenziali di novembre. “Change”, predicava il candidato democratico, e cambiamento è stato anche nei delicati meccanismi della comunicazione politica. Il rivale John McCain, uomo del passato, si è affidato ai volontari per le campagne porta a porta e alle classiche telefonate personali. Obama ha cavalcato invece l’onda lunga del nuovo, gli sms. Una scelta che alla fine – sostiene Yale – ha pagato: bussando alla porta degli elettori, dicono le statistiche, si conquista un voto ogni 14 visite, al telefono circa uno ogni 38, con i messaggini uno ogni 200 “invia” pigiati. In termini di capillarità d’esecuzione e di costi, però, il risultato si ribalta: un voto costa 1,5 dollari con gli sms, 38 al telefono e 16 con la visita di persona a casa. E Obama alla fine ha avuto ragione.

Esiste già una tecnologia, anche in fase di studio, in grado di insidiare il boom degli sms? Gli esperti preferiscono non sbilanciarsi in previsioni. Qualche segnale di stanchezza, dicono, in effetti c’è già: i volumi continuano a crescere a buon ritmo ma la loro redditività, complice la concorrenza, non è più quella di una volta. Qualche anno fa gli analisti avevano vaticinato il boom degli mms, i messaggini con foto incorporata destinati, secondo la vulgata, a soppiantare i loro antenati. Ma sono stati sbugiardati dal mercato dove questo prodotto ha raggiunto percentuali di penetrazione che si misurano sulle dita di una mano.

Il vero nemico – dicono i big delle tlc – sono adesso i network sociali tipo Facebook. Ma anche loro, dopo un successo iniziale che ha fatto venire la pelle d’oca ai gestori che temevano la fine del Bengodi, sembrano iniziare già a battere in testa. Mandare in pensione il vecchio bip-bip, ormai che ci abbiamo fatto l’abitudine, non sarà facile nemmeno per loro.